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Oliveto Lucano

Oliveto Lucano risulta agli inizi del '900 una società povera e arretrata, con una superficie montana molto estesa, con larghissime presenze di residui feudali nelle campagne, con una economia contadina seminaturale, che viene drammaticamente colpita dalla politica doganale e fiscale dei governi nazionali, dalla usura e, sopratutto, dall'usurpazione delle terre demaniali e dalla rovina dell’industria domestica che rappresentava tanta parte delle risorse ragionali. Con l’unità d’Italia l’arretratezza del meridione si traduce in sottosviluppo : la politica liberistica e conservatrice attua un drenaggio fiscale che dal sud parte per rafforzare l’industria del nord fino a destabilizzare la già arretrata economia meridionale ed assegnare a questa un ruolo di consumatore di ciò che l’industria del nord produce. Lo stesso è nella visione politica del fascismo: un sud agricolo (mantenendo intatta la struttura produttiva e padronale) e un nord industriale ( con una borghesia facoltosa assistita dallo Stato). Tutto ciò si traduce in una maniera proporzionale ad Oliveto Lucano, tanto è vero che nel dopoguerra la condizione economica e sociale è estremamente misera ed arretrata. Nel dopoguerra la struttura urbana risultava ampliata rispetto all’impatto medioevale a nord dell’abitato. Lungo Corso Garibaldi sono sorti, intorno all’800, i palazzi nobiliari mentre incernierate sulla piazza del Umberto I sono sorti a ventaglio lunghi isolati orientati sull’asse est-ovest a partire dagli inizi dell’800. Questa configurazione urbanistica sposta il centro urbano da Piazza Ducale a Piazza Umberto I, tanto da diventare, questa, il centro sociale della comunità ed il punto in cui confluiscono tutte le strade sia del nucleo antico che di quello ottocentesco. Vi sorge una nuova chiesa, in via di ristrutturazione, denominata Cappella di San Giovanni che in passato ospitava la farmacia, un patronato e parte dell’archivio storico comunale. In Piazza Umberto I e nelle zone immediatamente circostanti vi si concentrano anche tutte le attività commerciali. Il nucleo antico ha subito poche modificazioni per quanto riguarda le sostituzioni edilizie, al contrario è continuamente eroso dalle frane che si aprono sul costone. Questo è evidente confrontando i rilievi aereofotogrammetrici elaborati nel 1982 con la planimetria catastale del 1886. Nel 2° dopoguerra la nascita della Stato Repubblicano e le lotte sociali per la terra determinano un diverso contesto politico che darà avvio ad una serie d'interventi sul quadro ambientale (sistemazione idrogeologica degli alvei pluviali e rimboschimento della fascia collinare e montana; bonifica ed eliminazione della malaria nella pianura; creazione di una rete irrigua), sull'assetto socio-economico, (riforma fondiaria, riqualificazione della classe dei lavoratori agricoli, più elevato livello di istruzione), sull'assetto urbano e di poli e nuclei industriali sopratutto nel settore chimico). Emergono nuove realtà socio-economiche in grado di capovolgere il tradizionale ruolo di subalternità più che secolare del territorio regionale, anche se si è ancora alla ricerca di una pianificazione urbanistica, intesa come raccordo tra scelte economiche-politiche e territoriali, capace di definire una unità regionale. Il disegno territoriale che si è perseguito in questi anni in Basilicata è stato quello delle "direttrici di sviluppo": dotare il territorio regionale di assi infrastrutturali longitudinali (che seguono i fondovalle dei cinque fiumi lucani risalendo dalla costa più sviluppata verso le montagne interne più arretrate) e trasversali, tali da definire una griglia fondamentale (grandi assi di comunicazione) su cui organizzare dei centri attrezzati. Questi ultimi capaci di determinare sia delle occasioni di sviluppo (aree industrializzate e produttive) che nuovi poli aggreganti delle piccole comunità sparse sui monti, accelerando così, lo spostamento dei centri abitati a valle. Il tentativo è stato quello di creare una nuova struttura urbana di fondovalle capace di reggere i ritmi di sviluppo e di livelli di vita dell'era "post-industriale" contro un'armatura urbana di stampo feudale. Sorge con questa logica di programmazione la S.S. Basentana (che collega Potenza e quindi l'autostrada Salerno-Reggio Calabria a Metaponto e quindi alla S.S. 106 Jonica che collega Taranto a Sibari) e su di essa sono installati i poli industriali della chimica. Questa nuova situazione ha ribaltato completamente l'organizzazione economica del territorio emarginando ulteriormente le piccole comunità dell'interno. Nel caso specifico di Oliveto Lucano, questa emarginazione diventa evidente analizzando il movimento della popolazione: nel dopoguerra questa raggiunse il punto più alto, 1400 abitanti (alcune centinaia in più rispetto al 1901). Negli anni '60, inizia una seconda forte emigrazione: tra il 1951 - 1971 si ha un calo demografico del 33%. L'emigrazione lascia ad Oliveto Lucano solo chi è legato alle attività tradizionali (agricoltura e pastorizia) espellendo la popolazione più giovane e con maggiore potenzialità di cambiare anche il volto della comunità. Emigrazione e depressione economica sono cause che accentuano il degrado in cui il centro abitato si trova. Numerose sono le sostituzioni edilizie e i rimaneggiamenti che hanno alterato negli ultimi decenni i rapporti volumetrici originari all'interno dello sviluppo ottocentesco. L'espansione recente, sopratutto degli anni '60 e '70, si è concentrata lungo viale Italia, sul lato nord, nella direzione di Croccia-Cognato, e tra le due strade di via delle Libertà e corso Zanardelli formando un triangolo destinato per la gran parte ai servizi per la collettività. Espansione mancante, per la gran parte, di un'adeguata struttura urbanistica di base. Si presenta pertanto in maniera caotica e con tipi edilizi incompleti nelle finiture e realizzate in economia. Le "direttrici di sviluppo" se restano valide nel creare infrastrutture nel territorio, al contrario, contribuiscono all'abbandono e quindi al degrado degli antiche insediamenti collinari e montani nonché della gran parte del territorio regionale. Determinano l'abbandono della presenza umana che, inversamente, avrebbe contribuito al mantenimento del paesaggio ed evitato in parte, il già compromesso dissesto idrogeologico. Oggi sembra da più parti profilarsi una nuova logica di programmazione urbanistica, apparentemente meno radicale della precedente, ma sicuramente più equilibrata nel rapporto tra centro abitato ed il suo territorio: la città diffusa teorizzata in. parte da Francesco Campagna. Si tratta di un nuovo modello urbano che dovrebbe basarsi su di una organizzazione policentrica i cui "poli" dovrebbero essere costituiti dai centri urbani esistenti, messi in relazione tra di loro sia dal punto di vista produttivo-economico che da quello dei Servizi. In questa nuova logica ha senso recuperare strutture urbane esistenti ed inserirle organicamente in rapporto fra di loro in un nuovo equilibrio territoriale e ambientale.

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